di Giancarlo Liuzzi - foto Rafael La Perna

Bari, il Lungomare Sud tra passato, presente e futuro. Racconto n.1: Corso Trieste
BARI – Una strada costiera lunga 6 chilometri che, nonostante le sue grandi potenzialità, versa da decenni nel più completo degrado, tra edifici abbandonati, prostituzione e terre occupate dai rom. È il Lungomare Sud di Bari, arteria inaugurata negli anni 60 del 900 che collega Pane e Pomodoro a San Giorgio, affiancando un litorale frastagliato e roccioso.

Il problema di questa lunga via è stato sempre il suo isolamento: non ci sono infatti strade e ponti che la collegano al resto del capoluogo pugliese, da cui è divisa dai binari delle Ferrovie dello Stato. Tutti i tentativi di valorizzare l’area sono così falliti nel tempo, con i baresi che hanno dovuto assistere a chiusure di lidi, bar, ristoranti e all’abbandono di progetti che avrebbero potuto modificare il volto a questa zona di Bari.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Ora però tutto potrebbe cambiare. Sono in atto infatti i lavori per la variante “collo d’oca” del nodo ferroviario che porterà allo spostamento di gran parte del tracciato su cui viaggiano i treni. Contestualmente è stato avviata la creazione del parco costiero Bari CostaSud, finanziato dal Pnrr con oltre 80 milioni di euro, che porterà qui strade pedonali, spiagge e giardini. Insomma la città è vicina a riappropriarsi di questo tratto di litorale finora ammirato solo da lontano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

E noi, prima che tutto venga rivoluzionato, siamo andati a raccontare il Lungomare Sud tra passato, presente e futuro. Data la lunghezza della strada abbiamo però diviso il reportage in tre diversi capitoli, quanti sono i nomi che la via litoranea assume durante il suo percorso.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Vi parleremo quindi prima di corso Trieste (il tratto più a nord), poi di via Giovanni Di Cagno Abbrescia (la parte centrale) e infine di via Alfredo Giovine (la zona più a sud, confinante con San Giorgio).Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Partiamo quindi da corso Trieste: lungo un chilometro fu il primo tratto di lungomare di levante a essere stato creato negli anni 60 del 900. (Vedi foto galleria)

Prima da qui passava soltanto una stretta strada sterrata che collegava il monumentale lungomare Nazario Sauro (completato nel 1932) all’ex frazione di San Giorgio. Già allora era però presente la cosiddetta spiaggia di Pane e Pomodoro: un tempo un’insenatura  con poca sabbia, composta più che altro da pietre e terriccio, che veniva battuta da tanti baresi provenienti soprattutto dai quartieri di Madonnella e Japigia.

Il suo particolare nome derivava dal fatto che un tempo qui erano coltivate delle piante di pomodoro: chi veniva a farsi il bagno ne approfittava per cogliere i rossi frutti farcendo così il proprio panino. La realizzazione della strada asfaltata però, al posto di portare beneficio alla spiaggia, ne alimentò il degrado. La zona infatti si trasformò ben presto in ricettacolo di rifiuti di ogni genere, frequentata unicamente da coppiette e clienti di prostitute per consumare rapporti sessuali in auto. 

Questo fino al 1997, quando per i Giochi del Mediterraneo, questo tratto di costa fu scelto per ospitare le gare di canottaggio della manifestazione sportiva organizzata a Bari.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Da quel momento, in breve tempo, tutto cambiò: arrivarono sabbia, bagnini, mezzi di salvataggio, pontili, piazzette e bar. E oggi Pane e Pomodoro è divenuta un punto di riferimento per bagnanti, runners, amanti degli sport acquatici, vecchietti che giocano a carte e turisti. Il tutto nonostante l'annoso problema dello scarico fognario, causa di inquinamento ogni volta che si scatena un temporale.

Di fronte alla spiaggia si trova poi un agglomerato di edifici da sempre un po’ isolato dal resto di Bari. Fu creato a partire dagli anni 50 ed ebbe uno sviluppo negli anni 80, quando si cominciò a parlare della realizzazione in questa zona di Punta Perotti e Parco Perotti: grandiosi progetti che prevedevano la costruzione di grattacieli, hotel, impianti balneari e ampie aree verdi su tutto il lungomare.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)


Imprenditori e aziende edili, approfittando della prospettata riqualificazione dell’area, innalzarono quindi moderni complessi residenziali con spazi per uffici e attività commerciali. Tra questi l’ex sala ricevimenti“El Cid Campeador” l’iconico grattacielo dell’Inail e la chiesa di San Sabino.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Peccato che i tanto annunciati progetti non furono mai iniziati. Nel 1995 fu comunque avviata la costruzione di un enorme complesso immobiliare i cui lavori vennero però in seguito bloccati. Pur in assenza di abusivismo, il palazzone (ridenominato la “saracinesca sul mare”) fu infatti considerato troppo vicino alla costa per poter essere completato. La salvaguardia del litorale portò quindi alla decisione, nell’aprile del 2006, di abbatterlo con cariche di dinamite.

Sulle ceneri di quella che sarebbe dovuta essere Punta Perotti venne realizzato nel 2008 Parco Perotti. Lo raggiungiamo lasciandoci alle spalle il Palazzo dell’Inail e superando una vasta area adibita a parcheggio. Ci ritroviamo così davanti un grande prato con degli alberi intorno caratterizzato da tendoni metallici che fanno ombra a delle panchine.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

A ridosso del giardino si trova anche la fermata ferroviaria di Bari Parco Sud che, tramite un sottopasso, “unisce” l’area con l’adiacente quartiere Japigia: l’unico collegamento del lungomare sud con il resto della città.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

La zona a ridosso del mare invece è occupata dal park&ride realizzato nel 2004, da giardinetti di recente fattura e soprattutto da lunga lingua di asfalto coperta da erbacce e separata dall’Adriatico da una distesa di ciottoli. Un tratto di costa praticamente inutilizzato che però verrà presto riqualificato. C’è infatti un progetto del Comune (approvato nel 2021) che prevede la creazione in questo punto di piste pedonali e ciclabili, pontili, punti ristoro, aree per relax e sport.

La zona potrebbe quindi rivalorizzarsi dopo decenni. Sono passati infatti settant’anni da quando proprio qui c’era il Gran Lido Marzulli, dotato di cinema, negozi, casinò, piscina e ben 600 cabine per i bagnanti. Uno stabilimento che fu però attivo solo dal 1949 al 1956, anno in cui il Comune decise di creare l’attuale corso Trieste cambiando volto al litorale di levante.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Corso Trieste che tra l’altro oggi è in via di trasformazione: l’ampia strada a quattro corsie sarà ridotta a due e i semafori sostituti da rotonde. Questo servirà a regolarizzare il traffico della via che, soprattutto di notte, è causa di numerosi incidenti stradali. Mentre la percorriamo notiamo infatti un mazzo di fiori, legato a un guardrail distrutto, proprio a ricordo di una vittima.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Dopo pochi passi giungiamo su un ponticello: quello che sovrasta la foce del cosiddetto “Canalone di Japigia”. Si tratta dell’ultimo tratto di Lama Valenzano, rinforzato da argini costruiti negli anni 30 per prevenire tristi alluvioni come quelle che avevano martoriato la città nei decenni precedenti.

Un posto ricco di vegetazione diventato nel tempo un paradiso per gli amanti per gli amanti del birdwatching. Qui infatti fanno tappa, tra gli altri, aironi, mignattai, pavoncelle, cormorani, gazzette e nidifica anche il fratino, piccolo volatile che mimetizza il proprio nascondiglio tra le pietre della costa.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

Non ci resta ora che superare il muretto a ridosso della strada per scendere nella foce del torrente, inclusa da due argini che si allungano nel mare. Ne percorriamo uno fino a raggiungere una graziosa capannina, fatta con vecchi tronchi portati qui dalle correnti. E qui, prima di continuare il nostro racconto del Lungomare Sud, facciamo una breve sosta per godere della vista dell’Adriatico e dello skyline del centro di Bari, ormai lontano.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)

(Vedi galleria fotografica)

Foto di copertina di: Antonio Caradonna


© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita
Corso Trieste: lungo un chilometro fu il primo tratto di lungomare di levante a essere stato creato negli anni 60 del 900 (foto di Antonio Caradonna)
Prima da qui passava soltanto una stretta strada sterrata che collegava il monumentale lungomare Nazario Sauro (completato nel 1932) all’ex frazione di San Giorgio
Già allora era però presente la cosiddetta spiaggia di Pane e Pomodoro: un tempo un’insenatura  con poca sabbia, composta più che altro da pietre e terriccio, che veniva però battuta da tanti baresi provenienti soprattutto dai quartieri di Madonnella e Japigia
Nel 1997, per i Giochi del Mediterraneo, Pane e Pomodoro fu scelta per ospitare le gare di canottaggio della manifestazione sportiva organizzata a Bari
Da quel momento, in breve tempo, tutto cambiò...
...arrivarono sabbia, bagnini, mezzi di salvataggio...
...pontili...
...piazzette e bar
E oggi Pane e Pomodoro è divenuta un punto di riferimento per bagnanti, runners, amanti degli sport acquatici, vecchietti che giocano a carte e turisti
Di fronte alla spiaggia si trova un agglomerato di edifici da sempre un po’ isolato dal resto di Bari
Fu creato a partire dagli anni 50 ed ebbe uno sviluppo negli anni 80, quando si cominciò a parlare della realizzazione in questa zona di Punta Perotti e Parco Perotti: grandiosi progetti che prevedevano la costruzione di grattacieli, hotel, impianti balneari e ampie aree verdi su tutto il lungomare
Imprenditori e aziende edili, approfittando della prospettata riqualificazione dell’area, innalzarono quindi moderni complessi residenziali con spazi per uffici e attività commerciali. Tra questi l’ex sala ricevimenti “El Cid Campeador”...
...l’iconico grattacielo dell’Inail e la chiesa di San Sabino
Peccato che i tanto annunciati progetti non furono però mai iniziati. Nel 1995 fu comunque avviata la costruzione di un enorme complesso immobiliare i cui lavori vennero però in seguito bloccati. Il palazzone fu infatti considerato troppo vicino alla costa per poter essere completato
La salvaguardia del litorale portò quindi alla decisione, nell’aprile del 2006, di abbatterlo con cariche di dinamite
Sulle ceneri di quella che sarebbe dovuta essere Punta Perotti venne realizzato nel 2008 Parco Perotti
Lo raggiungiamo lasciandoci alle spalle il Palazzo dell’Inail e superando una vasta area adibita a parcheggio
Ci ritroviamo così davanti un grande prato con degli alberi intorno...
...caratterizzato da tendoni metallici che fanno ombra a delle panchine
A ridosso del giardino si trova anche la fermata ferroviaria di Bari Parco Sud
...che, tramite un sottopasso, “unisce” l’area con l’adiacente quartiere Japigia: l’unico collegamento del lungomare sud con il resto della città
La zona a ridosso del mare invece è occupata in parte dal park&ride realizzato nel 2004...
...da giardinetti di recente creazione...
...e soprattutto da lunga lingua di asfalto coperta da erbacce e separata dall’Adriatico da una distesa di ciottoli
Un tratto di costa praticamente inutilizzato che però verrà presto riqualificato
C’è infatti un progetto del Comune (approvato nel 2021) che prevede la creazione in questo punto di piste pedonali e ciclabili, pontili, punti ristoro, aree per relax e sport
La zona potrebbe quindi rivalorizzarsi dopo decenni. Sono passati infatti settant’anni da quando proprio qui c’era il gran Lido Marzulli, dotato di cinema, negozi, casinò, piscina e ben 600 cabine per i bagnanti
Uno stabilimento che fu però attivo solo dal 1949 al 1956, anno in cui il Comune decise di realizzare l’attuale corso Trieste cambiando volto al litorale di levante
Corso Trieste che tra l’altro oggi è in via di trasformazione: l’ampia strada a quattro corsie sarà ridotta a due e i semafori sostituti da rotonde
Questo servirà a regolarizzare il traffico della via che, soprattutto di notte, è causa di numerosi incidenti stradali. Mentre la percorriamo notiamo infatti un mazzo di fiori, legato a un guardrail distrutto, proprio a ricordo di una vittima
Dopo pochi passi giungiamo su un ponticello: quello che sovrasta la foce del cosiddetto “Canalone di Japigia”
Si tratta dell’ultimo tratto di Lama Valenzano, rinforzato da argini costruiti negli anni 30 per prevenire tristi alluvioni come quelle che avevano martoriato la città nei decenni precedenti
Un posto ricco di vegetazione diventato nel tempo un paradiso per gli amanti per gli amanti del birdwatching. Qui infatti fanno tappa, tra gli altri, aironi, mignattai, pavoncelle, garzette e cormorani e nidifica anche il fratino
Non ci resta ora che superare il muretto a ridosso della strada per scendere nella foce del torrente, inclusa da due argini che si allungano nel mare
Ne percorriamo uno fino a raggiungere una graziosa capannina, fatta con vecchi tronchi portati qui dalle correnti
E qui, prima di continuare il nostro racconto del Lungomare Sud, facciamo una breve sosta per godere della vista dell’Adriatico e dello skyline del centro di Bari ormai lontano



Giancarlo Liuzzi
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Rafael La Perna
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  • gaetano - Meritori i servizi che fate. Ci fanno conoscere una Bari, a volte, non del tutto nota.
  • Vito Petino - MIO LIDO MARZULLI 1954/1957 Vi spiego com'era il territorio dal 48 al 57. Il mio primo contatto con la zona è avvenuto nel giugno del 1948. Il piano regolatore era di là da venire. Quel piano dell’architetto Quaroni, che anni dopo venne da Roma a sconvolgere la nostra città, e tutti i luoghi della nostra infanzia. Abitavamo in via Carulli, e il punto più vicino per portarci a mare erano le baracche in legno, tipo palafitte, che costituivano lo stabilimento balneare del Morcavallo, così chiamato dal nome del proprietario di un terreno recintato di fronte alle baracche. Quella mattina di mezzo giugno del ’48 mi ritorna spesso in mente per un episodio che mi coinvolse. “Rosé, sciam all barracch du Morcavall”, dissero alcune amiche a nostra madre. “Ma ddà iè pericolos p l pccninn. Iè tutt scoglij”, obiettò mia madre. Per timore che cambiasse idea e non si andasse più a mare, cominciai a piagnucolare, soprattutto perché non avrei potuto giocare col mio amico Giorgio Manzari e le amichette nostre vicine di casa. “Senti a mammina, se mi prometti di fare il bravo e di stare vicino a me, ci andiamo.” “Sì, sì, mammina, te lo prometto.” “Ho da badare a Lilli che è più piccolo e non sa ancora camminare sugli scogli. Quando arriviamo al mare ti siedi buono buono, senza darmi fastidio. Se no torniamo subito a casa.” Io pronto. “No, no, mammina, sto buono buono.” E rivolta alle amiche. “Però, non zim scenn ijnd all barracch. Chiss so diauw. Capasc che cadn a mmar. Mttimc o lat, addò sta chedda strisc d sabbij.” Prendemmo la Circolare Sinistra dal giardino di piazza Balenzano, scendendo a San Giuseppe. Ci facemmo a piedi il tratto sino al Morcavallo. Nostra madre ci portò dunque sulla piccola insenatura di sabbia al lato dello stabilimento balneare verso il centro città. In quel tratto di mare venivano a bagnarsi a mezzogiorno anche alcuni cocchieri che, sistemati carro e cavallo su un risicato spiazzo lungo il muro di cinta posteriore del Morcavallo, entravano in acqua. Avevo quasi 4 anni. Mamma era intenta a bagnare i piedini di mio fratello più piccolo. Attratto dal cavallo, mi avvicinai aggrappandomi a una delle redini che penzolava. Sentendosi stimolato, il cavallo tentò di muoversi ma senza riuscirci per il freno a mano che, fortuna mia, l’esperto cocchiere aveva tirato. L’uomo, che teneva d’occhio carro e cavallo, mi raggiunse di corsa dandomi una manata, senza che capissi perché; ai cavalli ero abituato per averne visti nella masseria di zio Giovanni vicina al lido San Francesco quando andavamo a villeggiare da loro. Mia madre, sentendomi piangere e vedendo quell’omone con la mano alzata per picchiarmi ancora, in un lampo lasciò mio fratello a un’amica e come una saetta fu addosso a quell’uomo schiaffeggiandolo più volte. Il tizio non si scompose nemmeno. Gli schiaffi di mia madre erano troppo leggeri per uno come lui, abituato a maniere più pesanti. Ci fosse stato mio padre ex pugile dilettante, non so proprio come sarebbe finita per quel cocchiere. - Signò, ma stiv a ddorm. Non zi vist ca u pccninn ptev iess acciss do cavadd. Si limitò a dire il cocchiere. Rendendosi conto che aveva ragione, chiese scusa e tenendomi per mano tornammo dove eravamo seduti prima, non facendomi più muovere sino al ritorno a casa. Quella zona rimase invariata sino al 1949 quando, ultimati i lavori, il Gran Lido Marzulli entrò in funzione. Un salto sino al 1954, ed entriamo nella storia del Lido anche io e i miei amici della mitica Quarta Traversa di Japigia (oggi via Magna Grecia), anche se solo per tre estati. In quell’anno, proprio il giorno d’inizio primavera, ci siamo trasferiti nel nuovo quartiere. Il Lido Marzulli sorse più a sud, dei capannoni del Morcavallo, e con precisione su un fondo agricolo sabbioso che si estendeva sin quasi al canalone, occupandone la metà. Nell’altra metà a sud, un contadino di nome Girolamo, proprietario del resto di quel fondo, coltivava pomodori. La prima volta che ci trovammo di fronte alle due colonne del classico portale d’ingresso del Marzulli, capimmo subito che si trattava di roba per ricchi. Per entrare nel Lido, bisognava pagare. Ma quasi tutti appartenenti a famiglie alquanto numerose, non avevamo la possibilità di spendere. Qualche volta lo aggiravamo clandestinamente da baresi portoghesizzati. Non era molto esteso, se paragonato al Lido San Francesco. Superato il porticato d’ingresso c’era una distesa sabbiosa che continuava anche in acqua. In un’acqua profumatissima e d’un azzurro cristallino incantevole. Il muro di cinta, con la facciata principale più lunga sulla via Traiano, piegava a mo’ di braccia i due lati corti verso il mare, punti vulnerabili dai quali molti, stringendo sotto braccio maglietta, pantaloncini e sandali avvolti a fagottino, entravano senza il biglietto d’ingresso, sempre attenti a non farsi vedere dai bagnini, comunque impegnati con la clientela assillante del Lido. A volte il fagottino degli abiti creava dei problemi se, uscendo dall’acqua, ci si trovava davanti un bagnino. Cercando di nasconderlo con le mani incrociate dietro le spalle, si faceva gli indifferenti. Ma se il bagnino ci veniva incontro, eravamo costretti a rifugiarci in acqua e ritornare all’esterno. Altre volte si ricorreva al trucco del pallone. Lanciati i fagottini di ognuno sul tetto delle cabine d’angolo, si entrava in acqua col solito aggiramento del muro, lanciandoci un pallone che ci portavamo dietro. Infiltrati fra gli altri che giocavano in acqua allo stesso modo, si usciva dopo un po’ con la solita indifferenza sulla sabbia asciutta, continuando a lanciarci il pallone. E proprio sotto le cabine d’angolo lo si lasciava andare sul tetto, dove uno di noi saliva a recuperare pallone e fagottini per nasconderli sotto la sabbia d’angolo delle due cabine. Dopo aver fatto amicizia con le ragazzine dalla erre moscia o dal mignolino sempre ritto, ci si dava appuntamento per il giorno dopo. Recuperati abiti e pallone si usciva tranquillamente dall’ingresso principale, in modo da sembrare agli addetti del Lido visi noti fra i tanti. Molti di quegli appuntamenti con le ragazzine snob furono disertati per le difficoltà da superare giornalmente, cercando d’entrare a sbafo nel Lido. D’altronde, oltre le ragazzine e i soliti giochi da spiaggia, per noi ragazzi vi erano altre attività che poco ci alettavano. Alla chiusura regolamentare delle scuole frotte di ragazzi di Japigia prendevano la strada del mare, trascorrendo le mattinate estive nei dintorni del Lido Marzulli. Noi della Quarta Traversa, ultimi arrivati nel quartiere, avevamo cominciato le vacanze sin dall’arrivo nelle case nuove in marzo, avendo abbandonato le vecchie scuole, troppo distanti, senza che le mamme avessero provveduto al nulla-osta per continuare l’anno nelle scuole più vicine. Fu l’anno col maggior numero di bocciature. Quindi già da mesi avevam preso la strada del mare, percorrendo la via più breve che dalle nostre case in dieci minuti ci conduceva dietro al Lido Marzulli, dove l’accesso al mare era libero e con una sicura distesa di sabbia. Attraversato il campo di erbacce intorno alla stazione diroccata di Parco Sud, superato il fascio di binari e scavalcata la staccionata di cemento su via Imperatore Traiano, giungevamo a sud del Lido, dove Girolamo il contadino, ogni giorno sudando sotto il sole cocente, arava, seminava e annaffiava di continuo piante di pomodori in quel periodo grandi, rossi e dolcissimi. Prima di andare a mare, noi ragazzi e ragazze, con qualche lira avuta o presa a casa, passavamo dal Panificio Japigia di Nicola Caricola, sul viale, per comprare una rosetta. Io, mio fratello Michele, Pasquale Abrescia e suo fratello Nicola, al panino preferivamo dividerci le quattro pagnotte che componevano il mezzo chilo di pane a forma di quadrifoglio. Come companatico acquistavamo gianduiotto o formaggino triangolari. Quelli con qualche soldino in più, fette di mortadella e provolone. Appena sulla spiaggia, liberandoci, sempre di corsa, di magliette, zoccoli di legno, pantaloncini, o gonne le ragazze, si entrava in acqua tutti insieme sollevando di proposito schizzi giocosi per bagnarci subito. Si usciva dal mare soltanto quando le dita erano completamente raggrinzite e bianchissime. Con le mani ancora umide ognuno prendeva il suo panino e companatico pronto ad addentarli con l’amore della fame infantile. Un giorno d'agosto di quel gioioso '54, a me capitò di rimanere a pane asciutto essendo stato derubato del gianduiotto dalle formiche. Il primo morso non ne voleva proprio sapere di andare giù. Mi guardai in giro e vidi i grossi e rossi pomodori già belli e maturi nel campo che tutti chiamavano “u lech d G-lorm u chzzal”. Fu un gesto istintivo raccoglierne uno, sciacquarlo nel mare per liberarlo da terra e sabbia, spiaccicarlo succoso nel panino che ci facevamo tagliare prima da Vincenzo il ragazzo del panettiere, e mangiarlo con maggior piacere per non averlo pagato. Da quel giorno tanti di noi, anche per tenersi in tasca qualche soldo, presero l’abitudine di mangiare il panino del Panificio Japigia col pomodoro di Girolamo innaffiato con acqua di mare, allora di una trasparenza e freschezza da lago alpino. Girolamo se ne accorse, ma non ci cacciò. A evitare che tanti di noi gli rovinassero il terreno coltivato, ogni giorno vicino a una pietra della battigia ci faceva trovare avvolti in carta di giornale una ventina dei suoi e nostri amati pomodori. Diventò naturale, perciò, la mattina quando ci radunavamo nel cortile delle nostre case, domandare e rispondere. “Mario, vin a mmar?” “Addò?” “A Pan e Pmdor”. Così è nata, non la leggenda, ma la vera Storia di Pane e Pomodoro dove, fra le altre cose, sono nati i nostri primi amori. Rina la bionda, Gildarosa occhi blu, Lia occhi di mare, Pupetta la bambolina, Rosetta la rossa irresistibile, Giulietta bimba dalle trecce nere, Antonietta la dispettosa, Ninetta ricciolina, Silvia con la puzzetta al naso, Annetta dalle fossette, e tante altre ormai nascoste negli anfratti della memoria. Quanti bei fiori freschi e odorosi c’erano nel prato della nostra verde età, e fragranti come il nostro pane e pomodoro. Amori infantili innocenti, tanto da permetterci, ogni giorno sulla strada del ritorno, di soffermarci nel casello ferroviario abbandonato oltre i binari per spogliarci tutti nudi, maschietti e più appartate le femminucce, a cambiarci i costumini bagnati per indossare gli abiti asciutti. Il Lido Marzulli? Ogni tanto si dava una sbirciatina soltanto per vedere le sofisticate ragazze della Bari bene, concludendo che nessuna aveva la genuinità e la bellezza naturale, senza fronzoli, delle nostre ragazze. Se non fosse stato per Quaroni, noi oggi avremmo ancora la costa sud di Bari così com’era allora. Sarebbe bastato continuare a incanalare il traffico su via Imperatore Traiano, così come si era fatto prima. La via vecchia di Mola è rimasta tuttora invariata dal canalone a San Giorgio. L’arteria a doppia carreggiata dall’attuale Pane e Pomodoro, nome plagiato dal nostro, al Canalone, in pratica non è servita a smaltire il traffico sulla strada litoranea. Gli dà, sì, un certo respiro solo in quel tratto ma poi, restringendosi, il traffico torna a essere asfittico. Comunque la collettività non ne ha beneficiato granché, spegnendo per sempre i nostri sogni di adolescenti con la scomparsa del Lido e qualche anno dopo della propaggine del nostro Pane e Pomodoro. Ma con i nostri occhi di ragazzi a stipendio fisso, quello del papà, in realtà vedevamo il Lido come miraggio nel deserto per abbindolare i più ricchi. Il Lido Marzulli ebbe vita breve. Il nostro Pane e Pomodoro invece tirò avanti sino alla vigilia dell’inizio dei lavori stradali della doppia carreggiata. Il Lido chiuse i battenti ufficialmente a fine estate del ’56. A me con alcuni amici di scuola, però, la sorte regalò una giornata speciale, che trascorremmo con il Lido a nostra esclusiva disposizione, pur se mezzo diroccato. Il 12 febbraio del 1957 un sole fuori stagione infuocava l’antistante spiazzo della media Amedeo d’Aosta. Tutti erano entrati per ripararsi da quei caldi raggi. Col nostro gruppetto di I F nascosto dietro l’angolo, già spoglio dei pullover, decidemmo di marinare. Al due non segue sempre il tre? E noi dopo la domenica e l’11 festivo chiudemmo il trittico. Superato il passaggio a livello, c’incamminammo liberi da ogni pensiero scolastico lungo via Traiano. Arrivati davanti alle due colonne del Lido Marzulli, ormai in abbandono, con portone d’ingresso divelto, cabine e porte sparite, stipiti in legno accatastati e muri scrostati, entrammo in quel luogo desolato, sedendoci a pochi metri dal mare sui muretti mezzi demoliti e stonacati dal vento e dalla salsedine. Ci togliemmo le camicie rimanendo con le sole magliette di lana. Eravamo in cinque gli intrepidi avventurieri. Io, Gentilli, Perris, Selvini e Adda. Tutti di diversa estrazione finanziaria. Io figlio di ferroviere, Robertino Gentilli figlio del direttore Fiat accanto all’Amedeo d’Aosta, Enzo Perris figlio di medico, Cristian Selvini figlio d’insegnante, Fernando Adda figlio di libraio. Ma tutti uniti dalla inossidabile e solidissima classe sociale di studenti. Alle dieci anche magliette, pantaloni scarpe e calze caddero stramazzate dal sole insieme a camicie pullover e libri. Senza pensarci, levandoci pure gli slip per rimetterci poi indumenti asciutti, ci tuffammo di corsa in mare, ben sapendo che se l’avessimo fatto a passettini, non saremmo mai entrati in acqua. La sensazione fu, è proprio il caso, agghiacciante. Cinque stoccafissi a bocca aperta, senza respiro, che al tuffo facemmo seguire una immediata ritirata al sole caldissimo. E meno male che lo fosse, se no quanto meno bronchite per tutti la sera. Non era proprio possibile star fermi in attesa che il sole cominciasse a scaldarci, così mentre si correva come schegge impazzite in ogni direzione, fu vera fortuna trovare un vecchio pallone sgonfio, dietro cui galoppammo come puledri allo stato brado. Tanto che si cominciò a sudare. Ci sdraiammo al sole finalmente ristoratore, che in pochi minuti ci asciugò completamente. Ci guardammo in faccia con occhi furbi indicando l’acqua invitante per immobilità e trasparenza. Ma nessuno più ebbe il coraggio di rituffarsi. E con quell’atto eroico, irresponsabile, ma tanto spensierato, ci rivestimmo lasciando per sempre al suo destino d’archivio il Gran Lido Marzulli…


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